Pubblicato da: theground77 | 13 maggio 2012

10

Io ero un ragazzino.

Lo eri anche tu, del resto.

Era il 1993. Avevo 16 anni. Tu ne avevi 19.

Ora ne ho 35.

E’ passata una vita.

E tu ci sei sempre stato in questa vita.

Non personaggio attivo. E’ chiaro. Ma come un colore, un profumo, una musica che ti piace da subito. E che non riesci più ad abbandonare.

Merda, son capitate tante di quelle cose nel mezzo che non so se son più commosso per te che te ne vai o per gli anni che passano. Inesorabili.

Ero un ragazzino. Tu anche.

E dopo quasi vent’anni, siamo due uomini. E ancora mi emoziono. E ancora ti emozioni. Lo vedo, mentre scorrono le immagini di uomini come noi che piangono. Per le cose passate, per quello che hai saputo guadagnarti, perdendolo per poi riprenderlo.

E’ tutto qui il senso dello sport. Di questo sport. E chi non lo capisce, chi non sente queste emozioni, mi darebbe del cretino perchè sono qui a piangere. Per te. Per me. Per questi momenti. Mi darebbe del cretino, ma il cretino sarebbe lui.

Si vive, per momenti così.

E a ben pensarci, è così che doveva finire.

Che bello, Alex.

Grazie di tutto. Grazie di più.

Pubblicato da: theground77 | 21 marzo 2012

Ogni volta

La prima volta. La prima volta, piango. E mi viene da vomitare, ma tengo botta, anche se i succhi gastrici per un momento mi mandano in loop, e penso che se non vomito per l’atto in sé potrei vomitare per il sapore marcio in bocca, e se resisto a quello torno a ciò che vedo e quindi potrei vomitare di nuovo. Loop del cazzo.

Poi passa. E torno a respirare.

La seconda volta. Lì si che vomito. E mi dispero. Sul serio.

Dicono che ci si abitua a tutto.

Il cazzo.

Ogni volta è sempre peggio.

Con il tempo scopro che vomito e disperazione sono direttamente proporzionali.  Ma ogni volta torno a respirare. Sempre un po’ più in ritardo, in realtà.

Magra consolazione.

Un tempo non ero così. Avevo fantasia, facevo grandi sogni. Mi aggrappavo a qualcosa in cui credere. E’ questo che fa di me un uomo, pensavo. Ho la mia linea, la seguo; non posso sbagliare. E se sbaglio, capita. Ma sono dalla parte giusta. Sembrava facile. Qualcosa in cui credere.

Me.

Alla fine, non è servito. L’opinione che il mondo si fa di te è figlia dell’opinione che hai di te stesso.

Figlia orfana e puttana, oggi.

Non so dire come sono arrivato a questo punto. Forse sono stato un giudice troppo severo. Ma la mia stessa condanna è stata inappellabile. E da quel momento il passo è stato breve. Se non c’è possibilità di redenzione, c’è soltanto un calvario peggiore.

Ogni volta peggiore.

Ci ho messo un po’ per capirlo. Dovevo pagare le mie colpe. In eterno.

La morte, no. Quella non sarebbe stata la soluzione.

L’inferno, sarebbe dovuta essere la mia strada. E l’ho chiamato.

Oh, si, che l’ho chiamato.

La mia anima brucia in continuazione. Niente sonno. Niente sogni. Niente incubi.

Sguardo fisso sul vuoto che creo.

Ogni volta.

Di nuovo.

Eretto a dio di me stesso.

La mia eterna pena. Il mio eterno dolore. Rivissuti ogni volta che spengo una vita. Vomitati una volta di più.

Pubblicato da: theground77 | 12 febbraio 2011

La rabbia guida

Iniziò da lontano. Ci fu ignoranza. Assuefazione.

Sottovalutammo tutti, all’epoca.

Beh… Magari…  Chissà…

Si disse così. Ne avevamo superate tante. Avevamo mille risorse.

L’amore, per un po’, ci salvò. D’altra parte, ognuno aveva la propria vita. Il proprio lavoro. I più fortunati tornavano a casa e trovavano un sorriso che scaldava il cuore ed allontanava la rabbia. Era già così difficile resistere ai colpi di quello che credevi possibile e non si era avverato. La sveglia suonava tutte le mattine, e alla sera volevì solo stare tranquillo. Sereno. La guerra quotidiana non lascia tempo per altre battaglie.

Ci chiavò quello. Quello, e l’idea che fosse tutto così lontano dai noi. In fondo, potevamo ancora fare tanto. Potevamo leggere, scrivere, mangiare, a tratti urlare. Non sembrava essere cambiato molto. Quando vivi la stessa vita tutti i giorni mica ti accorgi dei cambi che avvengono. Solo se ti fermi e pensi al passato ti rendi conto.

Ma eravamo troppo impegnati a sopravvivere. A cercare di vivere. La spada di Damocle della morte ci lasciava poca scelta. Corri finchè sei in tempo. Non sai nè l’ora, nè il giorno. Non ha senso ribellarsi.

Avanti così, giorno dopo giorno.

Lo schifo cresceva, qualche amichetta leniva la rabbia, di tanto in tanto. In fondo, siamo ancora a casa nostra, si disse. Qui, fa caldo. So cosa mi aspetta.

In fondo, volevamo solo serenità.

Ma piano piano la gente iniziò a tollerare soprusi sempre maggiori.

La mancanza di cultura. Il populismo. Il calo dei diritti. L’arroganza. La supponenza. Le puttane. Che per la via non andavano bene. Ma nei salotti buoni, ripulite con il sapone tintinnante, erano un modello da raggiungere. Si parlasse di pompini o di opinioni. Sempre puttane ripulite erano.

Cambiarono i parametri di valutazione. Crebbe l’invidia. Molti volevano quel mondo. Volevano il sapone che puliva ogni peccato. A suon di fruscii. Volevano le fighe che gli sparavano le tette in faccia. La figa in bocca. La bocca sul cazzo.

E il potere. Esserci. Contare.

Tanto, l’ignoranza era ormai palpabile, proprio come una tetta rifatta, e se non hai avuto i mezzi per credere che esista qualcosa di meglio di un trono in una scatola, la vedi come unica realtà possibile. Karma magico che risolve ogni problema.

Cadde la morale. Rotolò giù per le scale ghiacciate di un inverno difficile. Si ruppe un piede. Nulla di grave, si disse. Ma la frattura non fu curata. E la cancrena fece marcire tutta la gamba. Pus usciva dalle ferite, sempre più gravi, sempre peggiori. Vermi addentavano senza fretta brandelli di carne sempre maggiori.

E quando ce ne accorgemmo, era troppo tardi per tornare indietro.

Gli antibiotici non servivano più.

Bisognava amputare.

E si fece. Che il cazzone lassù ne sia testimone, si fece.

Coprimmo le nostre facce del sangue dei nostri fratelli. Nuotammo nelle viscere putride di uno Stato fallito. Armi in pugno. Cazzo duro. Niente da perdere. Niente da vincere. Nessuna speranza ipocrita di futuro migliore. Dicevamo anche questo, certo. Ma fu la rabbia a guidare le nostre mani. Non la speranza.

La speranza era morta tanto tempo prima, quando, complici noi per primi, l’avevamo barattata con l’ignavia.

E le nostre facce sporche di sangue, i nostri cuori nero petrolio, i nostri occhi verde fogna erano lì a ricordarcelo.

Pubblicato da: theground77 | 9 gennaio 2011

O forse no…

Quanto serve un’illusione? Quanto ancora ti è utile farla andare avanti? Dormi meglio, se la fai durare?

Sei qui, dove sei sempre stato. A pensare che ancora sia possibile. A pensare che possa essere vero. Troppo cinema, fratello. Troppi libri. Ma le storie son belle da raccontare, non da vivere. E l’eccezione non esiste.

Alla fine, ti accontenterai, come fanno tutti. Perchè due più due non fa sempre quattro, e le equazioni non si risolvono mai. Rimangono lì, in sospeso, con un risultato che potrebbe essere x, ma anche y, e che in realtà non sarà mai un risultato, ma un altra incognita con cui fare i conti.

Oppure, tirerai un bel sospiro, mentre ascolti la radio davanti ad una bistecca mangiata in solitudine, pensando che forse sarebbe potuto essere tutto diverso. E andando a letto lascerai il gas acceso, sperando che finisca così.

Ti dico una cosa, vecchio. Il destino non esiste, finchè non fa comodo che esista. E’ solo un’altra religione. Meno da gonzi. Ma altrettanto illusoria.

E sei ancora lì, a pensare che doveva andare così? Il cazzo. E’ capitato, e non c’è nessun significato dietro. Uno sguardo è uno sguardo. Un sorriso è un sorriso. Le parole se le porta via il vento, e tutto il tuo amore potrebbe finire alla prossima sborrata. Niente di più facile. Ti assolvi, se sei bravo, pensando che in fondo ci hai sempre creduto, e che quella al tuo fianco è davvero la persona che volevi. Cazzate, hermano. Cazzate. Bravo, se te le racconti e ci credi. Sempre meglio di un tubo del gas che spurga la pace che non hai voluto. Che elemosina la serenità che hai sempre cercato. Bomba nucleare a sancire la fine della guerra. Sempre meglio del fischio del nulla nelle orecchie, e del sapore di vomito e sconfitta in fondo alla gola.

O forse no.

Sai cosa? Fammelo sapere, se risolvi l’equazione. Io, al momento, aspetto. Ma tengo a portata di mano il gas. E che sia la mia mente o il mio corpo ad abbandonare l’illusione, in fondo, è lo stesso.

Pubblicato da: theground77 | 28 dicembre 2010

La porta del bagno

Che l’estate è finita lo capisci dalle piccole cose.

A parte il freddo, ma quello è così lampante che non ci pensi nemmeno.

La cosa che ti colpisce veramente, senza possa esistere contraddittorio, è la turca.

Mica ci pensi mai, d’inverno, agli schizzi sulla ceramica mentre pisci. Solo d’estate te ne rendi conto, quando in bermuda le verità e le sentenze che sputi da tutta una vita sembrano meno credibili, forse anche perchè hai le caviglie bagnate dal tuo stesso piscio.

E sul momento nemmeno sembra un fattore, davvero. Ti viene in mente tutto di botto, quando per la prima volta torni a mettere i pantaloni lunghi, e, ubriaco, non sei più il re dell’estate, ma solo un cretino come tutti gli altri. E per la prima volta dopo qualche mese, di nuovo non ti bagni le caviglie.

Diventa quasi naturale, iniziare a prendersi di nuovo sul serio, e stare un po’ così davanti allo specchio mentre ti sciaqui le mani.

Che poi, ubriaco lo sei comunque, quasi non esistesse alternativa a questa sporca guerra che giochi ogni weekend. Fuori dal bagno ti arrivano i suoni del dj, e sembra quasi un pezzo del Boss quello che passa. Sorridi un secondo, recuperando un contegno che ti renda presentabile, almeno di facciata.

Poi, la porta del bagno si apre e ti sembra proprio lei. No, ferma un attimo. Lei? Sì, sembra lei. Uh… Cazzo dico ora?

“Ehi… Ma cosa ci fai qua?”. E mentre lo dici, ti senti tanto impastata la bocca che sembra quasi parli un’altra lingua. Il suo viso è mezzo trasfigurato. Ma è come hai sempre immaginato dovesse essere, adesso. O almeno così ti sembra.

“Ciao…”. Ti sorride. Lo fa sempre.

“Wow… Che sorpresa…”, sussurri quasi senza fiato. Troppe sigarette? Troppi alcolici? Troppa lei? Bah…

“Passavo di qui. Ho pensato di venirti a salutare. Volevo vederti”.

Tanto vale giocare a carte scoperte, per una volta. “Ti aspettavo da un bel po’. E penso sempre possa essere tu, quando si apre una porta. Un filo trash, che sia la porta del bagno, in questo caso, ma ci accontentiamo, no?”.

Vien fuori quasi bene per essere un filo sbronzo. Un filo lungo, tra l’altro.

Ride. “Sì, sono d’accordo”.

Ti avvicini, respiri il suo profumo. Usciamo dalla trincea, è ora, ormai, pensi mentre le sorridi. “Ho sempre pensato che sarebbe stato qualcosa del genere”.

Tossisci. E la trincea torna dove è sempre stata. Attorno a te. Ancora per un po’.

Because the night è ancora lì che sembra crederci un sacco. Tu, un po’ meno.

Sollevi lo sguardo sullo specchio, asciughi le mani un po’ sotto il getto d’aria calda, un po’ sui jeans, superi anche questo fantasma, apri la porta del bagno e torni al tuo drink.

Pubblicato da: theground77 | 11 dicembre 2010

Vita in prestito

Curvo, e lungo il bordo della strada che costeggia il fiume la illumino.

Un donna. Seduta.

D’improvviso, si alza e si mette a correre cercando di sfuggire ai fari.

Sul momento mi terrorizza, così vestita di bianco, mentre rallento istintivamente e la vedo correre lungo la via.

Si volta di scatto per pochi secondi, ma mica distinguo il suo viso. Esangue. Occhi banchi. O almeno così mi pare. Ma il mio sguardo si posa dove il mio cuore inizia a frignare. Per la paura, per la compassione. Piedi nudi, caviglie scure, forse tumefatte.

La gola si stringe, mentre penso d’istinto che forse sarebbe meglio accelerare. Scappare. Un po’ più in là. Sotto le luci della città in lontananza. Al sicuro tra potenziali assassini e spacciatori, chilometri lontano dalla blasfemia di quella visione.

Invece, la illumino di più con gli abbaglianti, mentre mi fermo e spengo la macchina. La musica finisce così, in un secondo, sull’attacco di un pezzo di Paolo Conte.

Così la sento piangere. O forse gridare a bassa voce. O forse cantare una litania oscura come la notte, vecchia come la strada, sconosciuta come il fosso che la costeggia. La lingua degli animali, penso, gufi e cervi e caprioli e serpenti e topi. Loro sanno cosa sta succedendo, penso. Ma mica sono molto lucido.

Fatto sta che mica saprei dire cosa sento, davvero. Ma quella voce roca blocca le mie sinapsi. Nel sangue entrano parole che non riconosco, come fossero un virus mi spengono per un attimo.

Mi esplodono le tempie, piene di martelli pneumatici. Faccio fatica a respirare. E’ questa la paura vera?

Mi muovo di nuovo, qualcosa devo pur fare, così scendo dall’auto. Mica so perchè.

“Ehi!”.

Non risponde. Nemmeno si gira, ma prosegue la sua assurda fuga, ormai lenta dopo i primi momenti di corsa. Il suono. Il suono è sempre quello dell’inferno che esce dalle sue corde vocali. Nella mia mente si mescola subdolo con il pezzo di Paolo Conte che ascoltavo fino a pochi attimi prima.

‘Fanculo, avvocato. Sarà dura ascoltarti di nuovo. Se non crepo di paura prima.

Correrei verso di lei, davvero. Raggiungerla sarebbe questione di attimi. Ormai arranca come una ruota sghemba alla fine della propria inerzia. Correrei, e forse potrei capire cosa le è successo. Correrei, se le mie gambe si muovessero.

Inciampa come un vecchio ubriaco, gli sterpi nel fosso invece che attutire la caduta la feriscono una volta di più. Sembra impossibile, ma sento la sua pelle lacerarsi al contatto con il sottobosco. Sento rami secchi segarle la carne. Foglie di ortica irritarle gli occhi (bianchi?). Se non è dolore fisico, poco ci manca. Arretro di un passo, quasi fossi io in condizioni pietose.

Poi, urla. Ed è come se svegliasse la notte, cazzo. Le stelle corrono a nascondersi un attimo, ma forse è solo la mia visuale che si ottenebra mentre mi piscio sotto. Dietro di me sento rumori improvvisi, la strada sembra prendere vita attorno a me, nascosta nel buio che i fari della mia auto non scalfiscono.

Non vedo quasi più niente, le luci della macchina mi sembrano lontane chilometri, mentre l’urlo di lei mi penetra le ossa e distinguo con precisione ogni suo movimento scomposto per riacquistare l’equilibrio, sento i suoi piedi nudi calpestare rami appuntiti come siringhe, percepisco con orrore la sua bocca spalancata piena di foglie marce.

Il suo urlo si affievolisce piano, prima di riprendere vigore, come una sirena, come un allarme, come….

Un clacson!

Apro gli occhi all’improvviso, accecato dai fari di una macchina che arriva nell’altro senso, faccio appena in tempo ad evitarla, sterzando completamente, quasi perdendo il controllo (quasi finendo nel fosso)  mentre il terribile suono del clacson mi passa a mezzo centimetro dall’orecchio.

Riacquisto con difficoltà la padronanza del mio veicolo, il piede ancora a tavoletta sull’acceleratore, il lungo rettilineo che costeggia il fiume quasi terminato. Pochi secondi, per essere di nuovo totalmente sveglio, mentre il respiro ancora manca e il cuore pompa come un assolo di batteria di Danny Carey.

Solo un sogno, penso, mentre mi fermo in mezzo alla strada. Solo un cazzo di sogno di merda.

Che forse mi ha salvato la vita, penso subito dopo con un brivido.

Appoggio la testa al sedile, sospirando. E mentre giro la testa per un secondo mi pare di vederla lì, bianca come la morte, nera come la vita in prestito. Ha ancora i denti impastati delle foglie marce, mentre mi sorride, forse beffarda.

Poi, scompare.

E anche per questa volta posso tornare a casa.

Pubblicato da: theground77 | 9 dicembre 2010

Il ponte di Spagna

All’inizio io non ci sono.

La figa, il lavoro, altri problemi del cazzo modello questi.

Sta di fatto che le prime due le gelo, come fossero nulla, senza intuire che invece sono gran parte di quello che siamo adesso.

Di anni ne son passati a mucchio, da allora.

E domani partiamo di nuovo. Mica tutti, mica sempre gli stessi. Appena diversi, anno dopo anno. Chi si è sposato, chi è diventato padre. A volte si riesce, a volte no. O. non manca mai, e dopo i primi due buchi nemmeno io. D’altra parte, per me è più facile. Le mie eternità di coppia durano mesi quando va bene, ma non mi lamento. E a pensarci bene, nemmeno per O. è difficilissimo liberarsi. L’ha messo nel discorso davanti al prete, in coda agli amarti, ai rispettarti, alla buona e alla cattiva sorte. Me lo ricordo, quel giorno. E quel momento. Quando l’ha guardata, la futura madre dei suoi figli. Si è sporto appena avanti, come a dire mille cose, e poi ha detto “ma in Spagna per il ponte dell’otto di Dicembre mi ci lasci andare ancora, vero?”.

E cosa fai? Gli dici di no? Fantastico.

E mentre sono qui che butto in valigia vestiti a caso, come fai a non pensare a tutte le altre cose? A quello che è passato?

Mica ci vediamo più così spesso. C’è chi è rimasto a Castro, che poi sarebbe il nome del nostro paese, storpiato il giusto per renderlo fastidioso al suono, come una parolaccia, non come il barbuto. Ma c’è anche chi è partito. Chi non torna. Chi torna, ma qui ormai è tutto diverso, e le baracche sanno sempre un po’ di tappo, quando tuo figlio è lì lì per entrare nello stesso locale con il casco del motorino in mano. Le risate non cambiano, l’amicizia nemmeno. Ma avete capito di cosa parlo. E se non è così, andate al diavolo.

Figa, a volte penso che è un po’ come IT di Stephen King, questa storia del ponte in Spagna. Solo che al posto di un pagliaccio assassino c’è la voglia di recuperare ancora un po’ di noi. Perchè maturi lo siam sempre stati, e quindi è un po’ come non esserlo mai stati.

E giù di ricordi, mentre ascolto i Locos.

M., che sentenzia che voi non vi sapete divertire, e che anche lui ha il diritto di bere come tutti gli altri. Sì, ma non come tutti insieme, mi pare gli abbia risposto T.

O., con il suo spagnolo bastante per comunicare con le indigene, la prima volta balle grosse come i ranch in Andalusia che si inventa. O., che la Spagna l’aveva nel sangue e ancora lì gli scorre.

L. che sputtana un ottimo gancio, sigillando una francese come lingua di merda, e una tedesca, appellandola con le uniche parole conosciute in crucco. Matthaeus. Kartofen. Eine an enorme bananen.

Come fai ad incazzarti, anche se ti vien gelata la possibilità di scopare?

E tanti altri ricordi. E tante altre risa. Anche per niente. Le più divertenti.

Quella volta della gobba. Quieres tomar una foto con EL MOSTRO? Quella volta degli smoking. Quella volta del risciò. E il calor (o era color?) especial. Quella volta che ce n’era tanta che sembrava la Lombardini. Ricordi che sono di tutti. Anche di quelli che non ci sono stati quella volta. E che aspettano la volta dopo, per crearne altri.

Quest’anno siamo in 5.

Io. Che arrivo da Roma. Che vedremo da dove partirò l’anno prossimo.

G. ed M. che partono da Bologna.

B. che arriva da Milano e che ormai è qualche anno che non intasa più il lavandino con i suoi capelli. A furia di ciocche, li ha persi tutti, ma alle basette mica ha rinunciato.

Quest’anno tocca a Malaga. Ad aspettarci, bel tempo e nemmeno tanto freddo, come al solito.

Ad aspettarci, anche O.

Alla fine, poteva evitare di farsi promettere da sua moglie che gli avrebbe lasciato libero il ponte di Spagna. Là vive, dove è sempre voluto essere.

E saranno abbracci e bevute. Risate e ricordi. Ancora una volta. Finchè non finirà.

Continua a leggere…

Pubblicato da: theground77 | 6 novembre 2010

Raggiungimi

A far compagnia alla nebbia questa notte ci sono i The National.

Mica che accada qualcosa di assoluto o indimenticabile, sia chiaro. Non più del solito, almeno. Dipende sempre dagli standard.

Ma la nebbia, la notte, i The National, la centesima sigaretta a stomaco vuoto che si attacca sui denti come fosse chewing-gum. Tutto fa.

E sembra quasi che quell’atmosfera possa essere eterna, in coda ad un semaforo che di diventare verde non ha la minima intenzione. Un auto nell’altro senso di marcia mette la freccia per girare alla sua sinistra, ma il coglione dietro di me è troppo attaccato al mio paraurti perchè possa lasciarlo passare, quasi fosse interessato alla musica in macchina.

Gli faccio segno. Vuoi ascoltare anche tu? Ti passo il CD, stronzo.

Poco male. Non mi lascio turbare. In lontananza, il semaforo verde mi comunica la fine del supplizio, mentre dallo stereo mi dicono che sono fortunato. Probabile. Sono ancora vivo. Il mondo fa paura, sopravvivere è uno schifo e la guerra infuria. Ma sono ancora qui. Tanto basta, al momento, e l’ultima boccata della sigaretta, prima di ingranare la seconda e ripartire, sembra quasi una boccata d’ossigeno.

La consolazione in questi tempi può passare anche attraverso una canzone, mentre cerco un significato, basta sia. Le scarpe mi fanno male, e i polpacci ne risentono. Faccio tanto di mettere piede in casa dormo per due giorni, dio cristo.

Accendo il riscaldamento, ma i vetri mica sono appannati dentro, è questa cazzo di nebbia che mi ottenebra la visuale. Mentre gli occhi si chiudono piano piano. Mi scuoto, bestemmio, scalo e accelero. C’è da rimanere svegli. Accenno il tempo della canzone sul volante, e come al solito mi ricordo dell’airbag prima che mi esploda in faccia. Cretino.

Dietro di me il gonzo sembra che abbagli, ma forse mi sbaglio. Lungo la via ci son buche tanto grosse che sembra arrivino direttamente all’inferno, e mica si riesce ad andare via stabili. Quasi mi aspetto che satana se ne salti fuori con un balzo, mentre impreco dio e suo figlio centrando in pieno l’ennesima voragine.

Che salti pure fuori qualcuno, dio o i demoni, o i loro figli, o tutti i santi. Vi centro e vi asfalto, e attenzione a morire sul colpo, che non mi venga voglia di scendere e continuare a calci il mio lavoro, cazzo.

Mi calmo, mentre l’auto dietro la mia pare proprio interessata alla mia musica. O al mio bagagliaio. O al suo contenuto.

E questo, in effetti, potrebbe essere un problema, penso mentre sorrido.

Gran bella botta di sfiga, con quello che trasporto.

Prudenza, scemo. Stai tranquillo e non temere. Finora tutto è andato come doveva andare. Non agitarsi è la soluzione migliore perchè tutto prosegua allo stesso modo.

Accelero leggermente, avvicinamdomi al furgone davanti a me, prima di scorgere sulla destra una strada secondaria. La freccia mi sembra una salvezza a portata di mano, lontano dal traffico, finalmente solo.

Ma l’auto dietro di me non sembra dello stesso avviso. Quasi mi seguisse, la freccia destra lampeggia come un cazzo puntato sul mio culo. Inutile dire che un po’ di ansia venga naturale crearsela, no?

La via secondaria si snoda tra curve e montagne russe, e fortuna che conosco le strade di montagna, altrimenti ci sarebbe da fermarsi e mettersi a piangere, con questa nebbia. Dietro di me, il demone dei miei peccati non mi abbandona. Lotto per rimanere calmo, mentre dal baule sembrano giungermi alle narici i primi odori del corpo che abbandona se stesso.

A me gli scienziati mica la raccontano. Questo è l’odore dell’anima, cazzo. L’anima puzza. Altro che decomposizione. L’anima, se esiste, puzza.

E deve proprio esistere, cazzo, perchè sarà il riscaldamento, sarà il tempo che passa ma piano piano mi entrano dentro odori che non credevo potessero essere reali. E che in ogni caso mica ha senso stare a specificare.

In ogni caso, la prossima volta, una bella berlina. Altro che questa utilitaria del mio uccello.

Affronto due curve importanti, e proprio quando penso di essermi liberato definitivamente dello scocciatore, due fari più due fendinebbia mi avvisano del contrario.

Ora, non dico che arrivo al panico, non sarebbe il caso. Ma un minimo di indisponenza mi sale dentro, e al primo spiazzo alla mia destra decido di fermarmi. Che il fenomeno mi superi. Che faccia rombare tutti i suoi cavalli. Che si senta forte e col cazzo duro per aver vinto la gara.

Io, debbo seppellire un cadavere. E non ho tempo per i giochi.

Il mio cuore si ferma un attimo, e poi non riparte per un po’, quando il gonzo accosta dietro di me.

Sul sedile del passeggero la mia lama mi conforta, e chissà se anche questa volta ne seppelirò due, o se il rimorso finalmente sarà riuscito a raggiungermi.

Pubblicato da: theground77 | 10 settembre 2010

Io ci sarò

Sarebbe potuto essere tutto diverso, e adesso sarei a bere un Gin Tonic con l’aria annoiata.

Ma con i se e con i ma normalmente mi ci pulisco il culo, e adesso le mie gomme macinano chilometri, e il motore sbava per un metro di asfalto in più.

Il cielo è tanto blu che sembra photoshoppato, cazzo. Ecco cosa penso, prima di accendermi una sigaretta, mentre quel cantante parla di salvarsi la pelle. Ci sto provando, tìo. Dammi tempo.

Avrei dovuto girare di là, penso, sorridendo. Accelero, sul riff di chitarra, la quinta marcia è l’ideale, mentre tengo il tempo con il piede sinistro. Sì, avrei dovuto girare, ma oggi non mi va, e che sia la più grande stronzata della mia vita poco importa. La strada scorre bene, e il traffico sembra fatto apposta per andare un po’ di più. Oggi vado a braccio, senza troppe misure. E punto quella destinazione.

Vorrei tu fossi qui adesso. Mi ha scritto così. Facciamo adesso più qualche ora. Poi aggiungi qualche chilometro. Poi guarda fuori dalla finestra. E io sarò lì. Così le ho risposto. Ti aspetto. E non scherzo. E io son partito. Ho fatto male? Che senso ha quello che sto facendo? E se crepo domani? Avrebbe senso?

Bah. Cazzate. Ho voglia di lei. E non ho mai visto le cose in modo così lucido come adesso. Tanto basta, al momento.

Alzo il volume, abbasso il finestrino e accendo una sigaretta. La vita non potrebbe essere migliore.

Forse è quello che mi coglie di sorpresa. Mica ti aspetti che qualcosa vada storto in una giornata del genere. La mia barba è perfetta. Ho i miei pantaloni preferiti, e la camicia con due bottoni aperti e con il colletto alzato. La testa non mi fa male. Gli occhiali da sole sembrano usciti da un film. E il parabrezza e così lindo che sembra non esserci. E cazzo, il cielo sembra photoshoppato.

Niente dovrebbe andare male.

Ma qualcosa male va. Forse una gomma. Forse la macchina davanti. Forse Cristo che si vendica. Ci sta. Capita. Resta che qualcosa male va. E non faccio neanche in tempo a formularlo, l’ultimo pensiero. Mi sfiora, come un profumo, come la schiuma del mare. Provo a fermarlo un secondo. No. Tardi. Troppo tardi. Nemmeno una bestemmia, mi viene in mente, tanto per rendere un attimo pan per focaccia. E mentre tutto finisce, eccolo, un pensiero.

Ditele che stavo andando da lei. Ditele che la saluto. Che la bacio. Ditele che non ho fatto in tempo a sentire niente. Ditele che è tutto finito nel modo migliore. Con un pensiero per lei. Con il suo sorriso davanti. E che se ogni tanto guarderà fuori dalla finestra, io ci sarò.

Pubblicato da: theground77 | 23 agosto 2010

Il lungo addio

We know that from the start, no?

Speak in english, por favor.

Como tu quieres, mi chica.

A. You say that your name is A. And for me is enough.

And on the bench this time we are two. It was so long that don’t happened. And it’s so good feel again something. With a limit of time, with a limit in the way, not completely spent. With a date of expiry stick on it, shit.

Un lungo addio.

Every time we meet inside my head a fuckin’ clock starts his countdown. Tic Tac. Less time, every moment less time. The physical needing of spending this at the best, the bitter feeling that we can’t make completely. I hate every second spent with you. It’s a second less together.

Ok… Basta… Niente rimpianti.

The future holds our lives, and it’ll be what will be, what we would and what we could make to be.

Nothing else matter, now. We don’t have the time to making a mess. We don’t louse anything. And so, go on. A little piece of me that i dont’ have to bring with me. Because this piece will be forever yours.

And, now, it’s so natural thinkin’ of you.

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