A far compagnia alla nebbia questa notte ci sono i The National.
Mica che accada qualcosa di assoluto o indimenticabile, sia chiaro. Non più del solito, almeno. Dipende sempre dagli standard.
Ma la nebbia, la notte, i The National, la centesima sigaretta a stomaco vuoto che si attacca sui denti come fosse chewing-gum. Tutto fa.
E sembra quasi che quell’atmosfera possa essere eterna, in coda ad un semaforo che di diventare verde non ha la minima intenzione. Un auto nell’altro senso di marcia mette la freccia per girare alla sua sinistra, ma il coglione dietro di me è troppo attaccato al mio paraurti perchè possa lasciarlo passare, quasi fosse interessato alla musica in macchina.
Gli faccio segno. Vuoi ascoltare anche tu? Ti passo il CD, stronzo.
Poco male. Non mi lascio turbare. In lontananza, il semaforo verde mi comunica la fine del supplizio, mentre dallo stereo mi dicono che sono fortunato. Probabile. Sono ancora vivo. Il mondo fa paura, sopravvivere è uno schifo e la guerra infuria. Ma sono ancora qui. Tanto basta, al momento, e l’ultima boccata della sigaretta, prima di ingranare la seconda e ripartire, sembra quasi una boccata d’ossigeno.
La consolazione in questi tempi può passare anche attraverso una canzone, mentre cerco un significato, basta sia. Le scarpe mi fanno male, e i polpacci ne risentono. Faccio tanto di mettere piede in casa dormo per due giorni, dio cristo.
Accendo il riscaldamento, ma i vetri mica sono appannati dentro, è questa cazzo di nebbia che mi ottenebra la visuale. Mentre gli occhi si chiudono piano piano. Mi scuoto, bestemmio, scalo e accelero. C’è da rimanere svegli. Accenno il tempo della canzone sul volante, e come al solito mi ricordo dell’airbag prima che mi esploda in faccia. Cretino.
Dietro di me il gonzo sembra che abbagli, ma forse mi sbaglio. Lungo la via ci son buche tanto grosse che sembra arrivino direttamente all’inferno, e mica si riesce ad andare via stabili. Quasi mi aspetto che satana se ne salti fuori con un balzo, mentre impreco dio e suo figlio centrando in pieno l’ennesima voragine.
Che salti pure fuori qualcuno, dio o i demoni, o i loro figli, o tutti i santi. Vi centro e vi asfalto, e attenzione a morire sul colpo, che non mi venga voglia di scendere e continuare a calci il mio lavoro, cazzo.
Mi calmo, mentre l’auto dietro la mia pare proprio interessata alla mia musica. O al mio bagagliaio. O al suo contenuto.
E questo, in effetti, potrebbe essere un problema, penso mentre sorrido.
Gran bella botta di sfiga, con quello che trasporto.
Prudenza, scemo. Stai tranquillo e non temere. Finora tutto è andato come doveva andare. Non agitarsi è la soluzione migliore perchè tutto prosegua allo stesso modo.
Accelero leggermente, avvicinamdomi al furgone davanti a me, prima di scorgere sulla destra una strada secondaria. La freccia mi sembra una salvezza a portata di mano, lontano dal traffico, finalmente solo.
Ma l’auto dietro di me non sembra dello stesso avviso. Quasi mi seguisse, la freccia destra lampeggia come un cazzo puntato sul mio culo. Inutile dire che un po’ di ansia venga naturale crearsela, no?
La via secondaria si snoda tra curve e montagne russe, e fortuna che conosco le strade di montagna, altrimenti ci sarebbe da fermarsi e mettersi a piangere, con questa nebbia. Dietro di me, il demone dei miei peccati non mi abbandona. Lotto per rimanere calmo, mentre dal baule sembrano giungermi alle narici i primi odori del corpo che abbandona se stesso.
A me gli scienziati mica la raccontano. Questo è l’odore dell’anima, cazzo. L’anima puzza. Altro che decomposizione. L’anima, se esiste, puzza.
E deve proprio esistere, cazzo, perchè sarà il riscaldamento, sarà il tempo che passa ma piano piano mi entrano dentro odori che non credevo potessero essere reali. E che in ogni caso mica ha senso stare a specificare.
In ogni caso, la prossima volta, una bella berlina. Altro che questa utilitaria del mio uccello.
Affronto due curve importanti, e proprio quando penso di essermi liberato definitivamente dello scocciatore, due fari più due fendinebbia mi avvisano del contrario.
Ora, non dico che arrivo al panico, non sarebbe il caso. Ma un minimo di indisponenza mi sale dentro, e al primo spiazzo alla mia destra decido di fermarmi. Che il fenomeno mi superi. Che faccia rombare tutti i suoi cavalli. Che si senta forte e col cazzo duro per aver vinto la gara.
Io, debbo seppellire un cadavere. E non ho tempo per i giochi.
Il mio cuore si ferma un attimo, e poi non riparte per un po’, quando il gonzo accosta dietro di me.
Sul sedile del passeggero la mia lama mi conforta, e chissà se anche questa volta ne seppelirò due, o se il rimorso finalmente sarà riuscito a raggiungermi.